carnevale

Secondo alcuni glottologi il termine mascherata deriva da maschera e tale voce deriva dall’arabo maskarah, che significa burattino, buffone. La derivazione dall’antico germanico-longobardo maska, spirito ignobile, demone, strega, viene sostenuta da altri glottologi e cultori di tradizioni popolari.

Sembra utile riportare anche la definizione di Mask o Masque, come genere letterario che in Inghilterra assume un ruolo ed una importanza notevoli: La Masque è una forma di intrattenimento drammatico che prende tale nome per via delle maschere indossate dagli attori. Si trattava, dunque, di teatro all’aperto mobile, nella sua più pura tradizione che risale al Medioevo. I temi di questi drammi erano costituiti da fatti ed eventi della vita di Dio, dei Santi, del diavolo, da Vizi e Virtù e i Misteri contenevano anche scene con riferimenti a eventi contemporanei. Da questo spaccato sembra apparire proprio la mentalità medievale: al di sopra degli uomini e di tutti i loro gesti quotidiani sta l’eternità: o l’Inferno o il Paradiso. I temi morali e religiosi di queste rappresentazioni richiedevano una qualche riflessione, sia pure essenziale, ingenua, semplice anche per garantire l’efficacia del messaggio, accanto alla esigenza di godere e di divertirsi; quest’ultimo ’aspetto è stato tradizionalmente lasciato a Pulcinella che ripropone aspetti comici legati anche all’ambiente, alla lotta tra il Bene e Male, Vizi e Virtù, Dio e Satana, il Paradiso e l’inferno; né manca una satira contro la Chiesa a causa del comportamento di alcuni religiosi. Le Mascherate sanleuciane conservano, di queste rappresentazioni, elementi significativi. Negli ultimi cinquant’anni i momenti di massima fioritura delle Mascherate a San Leucio del Sannio vanno collocati tra l’immediato dopoguerra e la metà anni sessanta. Le Mascherate più impegnative, suggestive e ad effetto, erano, e sono ancora oggi, quelle rappresentate di sera con fuochi e fiamme: ‘A Zingarella Napulitana, ‘A Morte ‘e Surrientu, ‘U Faust, sono le più note e di notevole impegno per gli organizzatori e di maggiore presa sul pubblico. Altre Mascherate pure appartenenti alla tradizione sanleuciana e rappresentate con minor frequenza sono: Il Cavalier Turchino, il Dragone Infernale che è stata rappresentata, secondo gli anziani del posto, soltanto due volte; altra Mascherata di grande successo ma raramente rappresentata era i Due Maghi (E’ la mascherata che colpisce maggiormente la fantasia ed evoca ricordi gloriosi da parte dei cantanti-attori e degli spettatori ancora viventi, perché ritenuta superiore a tutte le altre, la ragione per cui è stata rapresentata poche volte è dovuta al numero eccessivo di personaggi ed al costo elevato). Meno appariscenti e sicuramente moderne, al massimo dell’ultimo mezzo secolo, sono quelle di giorno basate talvolta sulla comicità facile, legate ad aspetti della vita contemporanea locale, non prive di spunti ironici e satirici. Citiamo qualche titolo: L’arrotino, ‘U Scarpariello, Rafiluccia papera, ‘A Pierina, La Pastorella, Lo Studentino anche quest’ultime ancora oggi rappresentate. Per quanto riguarda la lingua nelle mascherate soltanto Pulcinella usa il dialetto sanleuciano, frammisto a quello più autenticamente napoletano o del medio-alto Fortore, insieme a battute e vocaboli in lingua italiana. Il resto dei testi è in italiano dialettizzato, storpiato finanche, fino a far perdere, ad alcune parole, il loro significato; addirittura la trascrizione riporta parole che non esistono nella lingua italiana, né nel dialetto. E’ stata modificata qualche battuta nei testi originali, ma soltanto quando alcune parole risultavano assolutamente incomprensibili, fuori e dentro del contesto. I testi sono abbastanza semplici ed il ritmo e la melodia, utilizzati sono uguali per tutte le strofe e per tutti i personaggi nelle cinque mascherate. Solo ‘U Faust ha una seconda melodia, completamente diversa. Le mascherate si manifestano attraverso pubbliche rappresentazioni nelle quali non solo la parola ma anche la melodia ed il gesto hanno una loro funzione determinante. Di conseguenza l’espressione ritmico-melodica viene adeguata alle esigenze del testo verbale. Il paese vede i suoi attori-cantanti per un mese o due nei “cuncierti” (prove) e poi nella rappresentazione vera e propria. Vi è naturalmente un Regista-Concertatore che, immediatamente dopo le feste natalizie, guida gli attori-cantanti riuniti di sera nella casa di uno dei partecipanti. Il concertatore insieme ad un gruppo di aiutanti inclusi alcuni attori, si da un gran da fare per reperire e far preparare i costumi, i materiali, gli attrezzi necessari: torce, pece o colofonia, ( La cosiddetta pece, pece greca o colofònia è una resina vegetale gialla solida e trasparente che frantumata in modo grossolano e unita alla crusca viene lanciata in aria e attraversando la fiamma delle torce produce lingue smisurate di fuoco di dantesca memoria) tamburi, tridenti, forche, il trono e, ancora , girandole, fischi, tricchi-tracchi con o senza botto finale.

La comunità è tutta lì: donne, bambini, giovani, anziani, vecchi, tutti emozionati, col batticuore e col fiato in gola a vedere all’opera il figlio, il marito, il padre, il fratello, il fidanzato, il nonno, l’amico, e comunque, attori del proprio paese.